Pietro Mancini

 

         
 

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Pietro Mancini nasce a Tropea
Texts


 


Intervista di Stefano Elena

 

Mancini’s question is not paternal or embrionic question.

His self-questionioning on the imposing extraordinary nature of lives in the process of being formed is closer to an anthropological control of the evolution of a genus that perhaps should beding asking itself if it wise to continue defining itself as a human.

Adidas babies, everlast children and puma grandchildren find themselves dealing with an unrestful sleep, dominated by the effigies that extinguish true learming and make the youthful figure of man an indelible magnet that attracts florid occult mechanisms of the market that teaches about life.

Faces covered by designer sweatshirts and others invaded by numbered floral decorations, suggest the possible presence of a structural legend that has occupied and manages every vein, documenting the inevitability of a higher tendency  which marks the product made of flesh, thereby reducing it to one of many spokespersons of a sub-cutaneous tribal saying.

The adolescents depicted by Mancini live in the multi-sensorial chaos of Babel made up by commercial desires, by the obligatory education that reacts by raising its hand, by the afternoon catechisms that put them in line and by the cathodic intentions that substitute enthusiasms with a non-stop cheerful commercial.

Innocence moves on and goes forward without adults, it can’t see the red stickers and prefers neglected environments where it can start getting old and where it can finally feel alone, away from the contrived couplings of the workings of a world that resolves growth through its strong will injected without needles.

 

Stefano Elena

 

La questione di  Mancini non è una questione paterna, embrionale.

Il suo interrogarsi sull’imponente straordinarietà di vite in formazione è più vicino ad un controllo antropologico  dell’evoluzione di un genere che forse  comincerà a chiedersi se sia il caso  di continuare a definirsi umano.

Bambini adidas, figli everlast e nipotini puma  si trovano a sopportare sonni  che n riposano, dominati  dall’effigie che spegne spegne l’apprendimento vero  e rende e rende la giovane figura d’uomo un magnete che attira indelebilmente a sé quei  floridi meccanismi occulti del mercato  che insegnano la vita.

Visi coperti da felpe griffate ed altri invasi d a decorazioni  floreali  numerate a suggerire la probabile presenza di una legenda strutturale che ha occupato  e gestisce ogni  vaso  capillare, documentano  l’inevitabilità da una  tendenza superiore  portata a segnare il prodotto in carne per ridurlo ad ennesimo portavoce di un dire tribale sottocutaneo.

Gli adolescenti  ritratti  da Mancini vivono nella baraonda polinsensiorale  di una Babele costruita dai  voleri commerciali, dall’obbligatoria istruzione che reagisce ad alzata di mano, dai  catechismi pomeridiani che mettono in fila, e dalle intenzioni catodiche che cambiano l’entusiasmo con una continua pubblicità allegra.

L’innocenza si  muove e avanza senza adulti , non può  vedere bollini rossi e predilige ambientazioni trascurate presso  le quali  cominciare ad invecchiare e dove può  finalmente sentirsi  sola, distante dagli innesti  escogitati dal  funzionamento   di un mondo  che risolve la crescita a forza di  volontà  iniettate senza aghi.

Testo di Francesca Foti

Mancini ha definito AL-LUMINI (lumini d’alluminio) i suoi ultimi originali lavori, ovvero foto su PVC retro-illuminate montate su contenitori in alluminio traforati dalle forme variabili, che per essere correttamente fruite vanno installate alla parete come vere e proprie lampade.

 Fotografa ragazzi, talvolta scegliendo per loro pose che rimandano all’iconografia dell’arte sacra ed offrendo alla vista degli abitatori di un ambiente domestico, piuttosto che alla devozione di fedeli, improbabili icone-appliques di piccoli santi che ostentano aureole e felpe griffate Puma, Everlast, Nike e Adidas con la stessa franchezza.

Non meramente demistificante è l’operazione condotta dall’artista, che ricerca l’idea archetipica e ormai desueta alla base dei simboli scelti dalle aziende produttrici di vestiario più in voga tra i giovani (il puma, quella sorta di “om” che è il marchio della Nike, il giglio simbolo della purezza scelto dell’Adidas): ricollocandoli a sua volta in un contesto puramente ornamentale riproduce puma, gigli, croci, fogliame e mandala lavorando a traforo la superficie di alluminio dei contenitori tutt’intorno alla fotografia.

 Sugli abiti degli adolescenti di Mancini, pellegrini erranti sospesi su improbabili navicelle, sono in alcuni casi applicate delle croci di nastro adesivo, che possono essere lette come ferite in fase di cicatrizzazione, a designare una condizione transitoria e delicata, la loro, di autoguarigione e convalescenza, da guardare e gestire con cautela.

 

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